Tradire Omero
L’ultimo film di Christopher Nolan, Byung-Chul Han e la nostra ostinazione a credere che il valore di un’opera coincida con la sua fedeltà all’originale.
Sono andato a vedere l’ultimo film di Christopher Nolan. Lo ammetto subito, parto prevenuto. Nolan è uno di quei registi dai quali entro in sala già disposto a farmi convincere. Ho visto tutti i suoi film e, anche quando qualcuno mi convince meno degli altri, ne esco sempre con la sensazione di aver assistito al lavoro di un autore che ha davvero qualcosa da dire. Oggi non è poco.
Dell’Odissea si è discusso tantissimo. C’è chi l’ha definita un tradimento del poema omerico, chi una banalizzazione, chi un capolavoro. Io, molto più semplicemente, sono uscito dal cinema pensando di aver visto un gran bel film. Forse uno dei migliori di Nolan.
È fedele all’Odissea? No. O, almeno, non nel senso in cui intendono i puristi. E, francamente, non credo sia quello il punto.
Mi è tornato in mente Shanzhai di Byung-Chul Han. In quel libro il filosofo coreano osserva come la cultura occidentale abbia sviluppato una vera ossessione per l’originale, per l’origine, quasi che il valore di un’opera dipenda soltanto dalla sua fedeltà a un modello iniziale. È un’eredità della nostra metafisica: l’originale come misura di tutte le cose, la copia come inevitabile degradazione.
Ma non tutte le copie sono uguali.
C’è la copia servile, quella che tenta disperatamente di assomigliare all’originale e finisce quasi sempre per ricordarci soltanto quanto fosse migliore l’originale stesso. E poi c’è la reinterpretazione. L’opera che prende un materiale già noto e lo attraversa con uno sguardo nuovo. In quel caso non ha molto senso chiedersi se sia fedele. Bisognerebbe domandarsi, piuttosto, se abbia qualcosa da dire.
Secondo me, Nolan ce l’ha.
La sua Odissea non sostituisce quella di Omero. Le si affianca. È una lettura contemporanea che usa un mito antico per parlare del nostro presente. Delle guerre che continuano a sembrarci inevitabili, nonostante ci fossimo raccontati che il futuro sarebbe stato fatto di tecnologia, algoritmi e precisione chirurgica. Invece eccoci qui: cambiano gli strumenti, arrivano i droni, ma alla fine si continua a morire come si moriva un secolo fa. I nomi delle armi evolvono più in fretta della natura umana.
Forse è anche per questo che l’Odissea continua a parlarci. Perché Ulisse torna a casa attraversando un mondo che sembra diverso dal nostro solo nei costumi. Per il resto, gli uomini continuano a combattersi, a perdersi, a desiderare il ritorno.
Naturalmente questa non è una recensione, né pretende di risolvere una discussione che critici molto più preparati di me hanno affrontato con competenza e profondità. Questo spazio non nasce per distribuire sentenze, ma per raccogliere le cose che mi colpiscono e provare a capire perché.
Al cinema, del resto, è successa una cosa che mi ha divertito quasi quanto il film. Seduto accanto a me c’era un ragazzo piuttosto loquace. Appena sono partiti i titoli di coda, ha sentito il bisogno di far sapere a tutta la sala il suo giudizio: “Tre ore di sofferenza. Una violenza per i miei occhi. Un film che mi ha fatto veramente cagare”. Lo ha detto ad alta voce, rivolgendosi agli amici seduti una fila più avanti. Io e le persone intorno ci siamo guardati con quell’espressione che si ha quando ci si rende conto di aver assistito a due film completamente diversi pur essendo rimasti nella stessa sala.
Poi, mentre guadagnavamo l’uscita, l’ho sentito aggiungere: “Ragazzi, ma l’Odissea è italiana. Dai, non si può fare una roba del genere”.
Ci siamo guardati di nuovo. E abbiamo sorriso.
Naturalmente quel lapsus non dimostra nulla. Si può conoscere benissimo Omero e detestare il film di Nolan, così come si può ignorare dove sia nata l’Odissea e trovarlo un capolavoro. Però quella frase, in qualche modo, mi è sembrata il finale perfetto della serata. Perché mi ha ricordato che spesso discutiamo di opere d’arte con la sicurezza di chi possiede la verità, quando forse dovremmo limitarci a fare una cosa molto più semplice: raccontare che cosa ci hanno fatto vedere, e soprattutto che cosa ci hanno fatto pensare.
È quello che provo a fare qui. Qualche volta ci riesco. Altre molto meno. Ma, in fondo, anche questo è un modo di viaggiare.





Purtroppo non ho ancora visto il film e quindi non posso esprimere un pensiero in merito. Posso però dire che apprezzo lo stile del tuo scritto e adoro i miti greci , per cui non vedo l'ora di vedere il film.
Devo dire che non tradisci neppure tu Raffaele ! E' una settimana che parlo dell'Odissea di Nolan con amici e parenti e che, un pò, mi sento tradito. Sia perchè quella di Nolan non è molto fedele all'originale, sia perchè la riflessione di Ulisse sull'insensatezza della guerra poco centra con lo spirito dei tempi greci. Eppure riconosco la sensatezza di tutto quello che hai scritto. E mi convince. Hai ragione quando dici che siamo portati a pensare che il valore di un opera debba coincidere con la sua fedeltà all'originale e che questo, probabilmente, è un bias. Così come se valutiamo solo tecnicamente l'opera senza "ascoltare" quello che il regista ha voluto trasmetterci forse gli facciamo un torto. Ecco perchè non tradisci, caro Raffaele. Perchè hai aggiunto elementi alla mia riflessione. Così come li ha aggiunti Nolan ! grazie.